Il bus che parte verso il centro viaggia sempre in orario dal capolinea. Quella sera ce n’erano ben tre alla fermata; gli autisti su un lato della banchina intenti a parlare, mangiare un panino, mentre controllavano con la coda dell’occhio che tutti, salendo sulla vettura, tirassero fuori il biglietto. Io tiravo sempre fuori il mio biglietto, quello valido 70 minuti dalla convalida; tiravo fuori sempre lo stesso, da due mesi. Un dieci partiva, dall’altro lato passava il cinquantadue e mi inquietava pensare che, ovunque io volessi andare, il punto di inizio e buona parte del percorso erano sempre gli stessi: una strada può portare a tante mete, a patto che si segua l’unica possibile.
Attorno era una scenografia impressionista: a destra il sole doveva ancora spegnersi del tutto e le montagne erano un cartoncino tagliato male e incollato lontano in controluce; a sinistra un gatto nero si era appena infilato tra i profili arrugginiti di un recinto; il parchetto al di là della strada era popolato da tanti nonni seduti alle panchine quanti bambini che correvano con l’argento vivo indosso. Tutto immerso nell’arancione e blu delle nove e trenta di sera estive, l’ora perfetta per fermarsi a guardare le sfumature che prendono le cose e il rallentare del movimento di tutto ciò che durante il giorno è stato frenetico. Avevo anche ripreso a spiare le persone che salivano alle fermate, ad ascoltare i loro discorsi, le telefonate e gli schizzi di chi ha lasciato l’integrità mentale qualche banchina prima. Si potrebbero scrivere trattati di psicologia solo viaggiando da un opposto all’altro della città su un tram: la gente chiusa in un abitacolo è come una cavia in una gabbietta da osservare curiosamente.
Decisi anch’io di infilarmi nella gabbia: gli altri mi aspettavano per partire di lì a poco e perdere l’ennesimo dieci per guardare un tramonto non mi sembrava la cosa migliore da fare.
Una volta a bordo, la curiosità per chi o cosa sarebbe salito mi spinse a sedermi in un posto rivolto verso il fondo della vettura; nel mentre presi atto del fatto che il grassottello autoferrotranviere aveva deciso di ammazzarmi a colpi di aria fredda visto che, compreso lui, eravamo in due sul mezzo e il condizionatore splittava vento gelido a pieno regime. Appena le sospensioni si misero a fischiare pensai che anche quella volta avrei potuto tranquillamente evitare di sprecare un biglietto; non tanto perché avessi bisogno assoluto di risparmiare un euro, quanto per la piccola e perversa eccitazione derivante dal pericolo di incontrare controllori che si propagava in me dalla schiena verso il collo, sempre più ad ogni fermata. Una piccola bella sensazione esaltata da una giornata noiosa.
Distrarmi un secondo in questo pensiero mi fece notare all’improvviso il meltin pot che nel giro di tre stop cominciava a popolare questi quindici metri di seggiolini e tubature gialle: non feci in tempo a godere della vista di una splendida pantera nera dagli enormi orecchini d’oro che tre favolose donnine partenopee dai vestiti floreali, armate di borsette, cominciarono a parlare di nipoti e cozze con il solito splendido tono spumeggiante circumvesuviano. Ascoltare l’accento delle tre grazie sedute qui davanti mi riempiva le narici dell’odore del giardino della villa dove troppi anni fa nonna Ines mi portava a giocare; il loro essere era così familiare da spingermi a cercare un contatto con loro:
- C’è troppa aria fredda! – azzardai a una delle tre che mi fissava benignamente,- Eh veramente, poi voi siete giovani, a noi ci fa male! - Non si poteva chiedere di meglio da una conversazione che non sarebbe dovuta nemmeno avvenire.
La linea su cui viaggiavo era una delle tante multietniche del posto: lo testimoniava la quantità di gente di colore che faceva la spola tra i quartieri dormitorio e i luoghi dove si svolge per lo più la vita lavorativa, di giorno per i venditori ambulanti, di sera per le puttane che affollavano il bus dirette ai marciapiedi. Non è razzismo, lungi da me, è semplicemente un dato di fatto: non tutta la gente di colore è venditrice ambulante o si prostituisce, ma sembrava che alle nove di sera tutti coloro che corrispondevano a questo identikit, anche fossero bianchi neri o grigi, prendessero il dieci.
Ancora una volta restai di pietra davanti ad una sinuosa black magic woman che, salita a bordo da sola, si posò proprio in piedi davanti a me, con i suoi jeans fascianti cavallo basso che coprivano delle infradito color sabbia ed un top bianco mono spalla scolpito insieme ad un turbinio di collane dorate. Io ero lì davanti, gambe a cavalcioni, e presi a scrivere appunti su di lei: guardavo i suoi fianchi, il suo viso, e li descrivevo; lei mi guardò e mi parse come se avesse capito che in quel momento era il soggetto del mio quaderno, anche perché avevo come voglia di fare di tutto perché se ne accorgesse. Trovavo eccitante poter scrivere davanti a lei che di tutto ciò che aveva addosso le avrei lasciato solo le collane e lo chignon fatto di trecce, ed accorgermi dei suoi occhi insolitamente chiari mi diede lo slancio verso mille pensieri erotici, troppi per essere descritti tutti nel mio tragitto che contava ancora un paio di fermate o poco più.
Credo che a volte avrei bisogno di un registratore vocale per imprimere tutto ciò che vedo in tempo reale, ma suppongo che i miei soggetti mi prenderebbero per scemo, se non anche a ceffoni. Era difficile scrivere anche camminando, una volta sceso dal bus, dopo aver salutato con lo sguardo quella che era stata la mia amante per qualche secondo. Ma se lo stavo facendo, se stavo continuando malgrado la calligrafia incerta ed il pericolo di cozzare contro un palo, era perché mi piaceva. Quella sera mi piaceva scrivere ciò che mi passava sotto gli occhi e per la mente: non avevo voglia di farmi i cazzi miei, forse perché distrarmi non mi lasciava tempo di pensare ad altro.
A dire il vero odio quelli come me che fissano gli sconosciuti, a meno che non siano belle ragazze che ti fanno convincere del fatto che, di tutti i problemi che puoi avere, si esclude quello di non essere presentabile: presentabile e basta, conoscere qualcuno e mantenere la buona impressione fatta al colpo d’occhio è altro. È altro farla durare a lungo, più di quattro chiacchiere: non mi è mai successo di conoscere qualcuno su un autobus, forse perché la fretta di comunicare qualcosa che mi renda interessante ai miei interlocutori mi spingerebbe a dire troppe stronzate perfettamente adiacenti al loro pensiero. Come con le donnine.
Forse è questo il mio problema.
Non quello di dire stronzate, ma di dirle per sorprendere la controparte. Quanto più osservo chi mi circonda, tanto più imparo a riconoscere le miriadi di sfumature che, ognuna a se stante, avvolgono la personalità di ognuno; ma, ogni volta che mi trovo a dialogare con qualcuno, mi accorgo che, per quanto mi sforzi di comunicare le mie idee nel modo più chiaro possibile, queste verranno recepite in modo alterato, come se tutti ci esprimessimo in una lingua diversa.
Studiando un po’ l’interlocutore a livello di personalità, l’esercizio di trasmissione genuina dei concetti si fa più semplice: tutto si risolve in un gioco di quasi imitazione del soggetto, di un immedesimarsi in chi mi ascolta. Trovo un po’ difficile spiegare quale sia la ricetta giusta per riuscire in questo intento: è come cercare di utilizzare il linguaggio che chi è di fronte a me userebbe per esprimere qualcosa se la pensasse come me. Il più delle volte l’effetto voluto è reso tangibile da una risposta colma di soddisfazione; altre volte ci si accorge di aver fatto centro dallo strascico di silenzio meditativo che lascia un’osservazione dosata nel modo giusto.
È tanto semplice capire la logica altrui e farla sembrare propria, assumerne i gusti, le opinioni, imitare i comportamenti: la gente si fida solo della propria verità, e quando la vede riflessa in altri vi si lega sentendosi più sicura.
Chi come me ci prende gusto nel fare di questa truffa morale uno sport non si ferma a studiare le fattezze altrui, ma percepisce anche ciò che al soggetto manca di se stesso: è come pensare di incontrare una persona con idee per lo più adiacenti alle proprie, che insegue la stessa meta, ma che ha apparentemente trovato un modo più adeguato del nostro per farlo; tutto questo non può non interessare, soprattutto se non si è perfettamente a posto con se stessi.
Certamente bisogna essere bravi per riuscire in questo trasformismo esteriore , e io lo sono.
Forse è questo il mio problema.
La verità è che questo modo di porsi verso l’esterno, se da un lato mi permette di avere un rapporto apparentemente più armonioso con l’esterno, d’altra parte mi spinge a fare di me stesso qualcosa di diverso in ogni ambito; come l’acqua plasmo la mia forma nei miei contenitori, pur non avendone una ben definita. E’ come se parlassi molti idiomi, senza averne uno mio.
A lungo andare il divertente mestiere dell’attore diventa un modo sempre più necessario di porsi verso ogni interlocutore per trarne il semplice vantaggio di essere preso in considerazione; non conta più chi sono davvero, anche perché è una questione che si finisce per tralasciare in favore della domanda “chi voglio essere oggi?”.
Suonai il campanello.