giovedì 23 dicembre 2010


- Dobbiamo decidere il menù per il pranzo o la cena di natale!


- Si…


Ma un si convinto eh, quello di uno che ha proprio voglia di scegliere il condimento perfetto di una giornata in cui siamo obbligati ad essere tristi; o almeno quelli di noi che hanno avuto la decenza di considerare le feste come scadenza in cui valutare se rispetto allo scorso anno le cose sono andate nel verso esatto, e se quel verso era lo stesso che ci aspettavamo; quelli di noi la cui bilancia non pende verso buoni risultati.


Sono date che si inseguono quando appaiono ancora lontane e che vengono temute via via che i giorni passano e le occasioni scorrono. Ma si festeggia un successo, una cosa che va bene, non una sconfitta, un peggioramento, o anche solo una stabilità perpetua delle situazioni; e, per chi la vede come un’accoglienza propizia per il prossimo periodo, è facile pensare di celebrare qualcosa che deve ancora essere!


Questi giorni accrescono un senso di nervosismo tenuto costante da un cazzo di sorriso finto stampato ovunque intorno, dai colori artificiali della festa che vediamo in giro, dai chi ci nausea con i soliti convenevoli.


In un certo senso sbagliamo a storcere il naso quasi indispettendoci quando ci augurano delle buone feste, perché è una frase che racchiude l’auspicio di constatare che negli ultimi tempi è accaduto qualcosa per cui valga la pena di essere soddisfatti, di preparare un arrosto e di brindarci sopra.


Forse c’è solo da scegliere coscientemente cosa inserire nella lista dei vissuti positivi: basta essere utile per qualcuno, scattare una bellissima fotografia, guadagnare qualcosa divertendosi, stringere un rapporto, ricevere applausi da un pubblico, togliersi piccoli sassolini dalla scarpa; cose che nella vastità dell’immagine del passato sono così piccole da poterle ricordare con una lente, ma che nei giorni a venire possono diventare il motivo portante su cui strutturare il mosaico in cui viviamo.



Per questo, a dispetto di qualche post precedente, auguro a tutti quelli che lo meritano un buon natale e un ago della bilancia che possa tornare nel verso giusto.


venerdì 17 dicembre 2010

Buon nasale

Buon fanale

Buon pianale

Buon pitale

Buon anale

Buon fatale

Buon canale

Buon locale

Buon ..


non mi riesce proprio.


Buona serata.

mercoledì 15 dicembre 2010

Enigma

We want to be on top of every matters

Manage the future and stand out from the others


Once we have big projects

we feel free and happy for who surrounds us


but the day after we come into nothing

and a foul loss soaked air suffocate us

making everything still.


We work to take in balance every plug

of the mosaic in which we’re living,


and too often we’d make it fall down

with a kick

and find another wall elsewhere to start

painting again.


We trust to our strength, confusing

it with the pride hiding mistakes

and venting our fault

on the imagined others’ neglect


Negative thoughts dig into us;

losses, less or more slowly, bleed us,

spending the fuel,


So we walk on the roads bleary-eyed

like who has an enigma without answer or question.


We purpose solution to problems that are yet to born

instead of finding the way not to conceive them.

Pump Up the Valium in gocce


lunedì 15 novembre 2010

E' altro

E’ altro restare in silenzio,

e’ altro pensare la cosa giusta,

e’ altro sorridere,

e’ altro sorridere davvero,

e’ altro capire di aver perso tempo,

e’ altro sentirsi liberi,

e’ altro non mettere a fuoco,

e’ altro poter dire tutto.

e’ tutt’altro.

giovedì 14 ottobre 2010

Diciamolo

... comunque, paranoie sto blog. madonnina benedetta.

mercoledì 13 ottobre 2010

Tema: la mia cameretta

La mia cameretta mi piace tanto. Io ci passo gran parte del giorno: è arancione, con una poltrona e ci sono anche una chitarra, un pianoforte e tanti tamburi. Quando torno a casa corro subito tra i miei giochi e ci sto finchè non è pronta la cena, ma poi ritorno subito, chiudo la porta e sono di nuovo nella mia cameretta dove faccio tante cose.

Quando il tempo è cattivo mi siedo vicino alla finestra e guardo la pioggia che bagna le case, ma senza bagnarmi anch’io, perché sono nella mia cameretta.

E c’è anche il telefono così posso chiamare gli amichetti.


Ciò che sta fuori dalla mia cameretta non mi da la sensazione di innocenza che scalda l’interno. Nella mia cameretta gridare, ridere, fissare il muro e pensare mi è concesso senza i limiti del giudizio e delle reazioni altrui. Quando sono troppo stanco per recitare la mia parte chiudo a chiave la porta, mi siedo e cerco di ricordare chi sono davvero. Le lancette scorrono, l’ombra che penetra dalla finestra si sposta e le sole cose che variano sono le sfumature dei colori e le fotografie sulla parete che descrivono la mia mente; la polvere si accumula su una scrivania nera, mentre riposo su un letto sempre disfatto.

Resto ore nella mia cameretta per ripararmi dalla pioggia asciutta che dilava il disegno del futuro e la osservo attraverso i vetri per capire come posso porvi rimedio.

La mia cameretta è tanto un rifugio quanto una prigione, al pari di ciò di cui necessitiamo per portarci avanti.

domenica 10 ottobre 2010

Non si dorme

Non si dorme ancora,

non si dorme pensando,

non si dorme dopo le quattro,

non si dorme dopo due bottiglie di amaro,

non si dorme guidando,

non si dorme a casa,

non si dorme di fianco a lei,

non si dorme da soli,

non si dorme fissando lo schermo,

non si dorme fumando,

non si dorme più.

martedì 5 ottobre 2010

a.a.a.

non pubblicherò il seguito di "due mesi" fin tanto che qualcuno non lo chiederà esplicitamente.

giovedì 30 settembre 2010

Domenica 3 ottobre 1975

Svegliarsi, guardare all’esterno e vedere la nebbia che confonde le forme dei palazzi: ti chiedi se davvero ti sei alzato dal letto, sei andato ad affacciarti, o se ciò che vedi è ancora un sogno contornato di foschia.

Oggi si contano le ore di quiete perse durante la settimana, si scontano i bicchieri di ieri, di venerdì e di tutti gli altri giorni di fuga etilica. Non ho fretta di vestirmi per uscire, per incontrare qualcuno ed andare chissà dove; cerco solo di aspettare con calma che il giorno appena incominciato passi senza che l’ozio si trasformi nella morsa di pensieri stagnanti.

Come un funghetto spunto fuori nell’umidità della stanza per fare due passi: una tuta, scarpe alte e due felpe con cappuccio mantengono il tepore che voglio conservare fino a sera, insieme con il sopore già coltivato la notte passata e prolungato da un paio di canne pomeridiane.

No. Non stiamo tutti correndo.

sabato 25 settembre 2010

#2 Rosso e Blu: Radio Vinadio

Aprii gli occhi.


Nel Pandino blu ammaccato di David faceva un freddo del cristo, anche se in quattro pian piano stavamo riuscendo a stabilire delle condizioni vivibili a colpi di fiato aromatizzato alla grappa di rose; chi più e chi meno cercava di dormire in posizioni derisibili dentro un abitacolo parcheggiato a 1300 metri sopra il livello del mare, davanti un castello sabaudo che la notte precedente ci aveva ospitato echeggiando di basse frequenze.

Io è Dè, incastrati sui sedili anteriori, condividevamo un plaid che, dall’odore, poteva essere appartenuto ad un san bernardo, mentre dietro il buon rasta Bruni e Dome, bastardi, russavano come dei dannati, comodi come feti in un grembo blu ammaccato.

Scesi; avevo le ossa rotte e lo spiraglio del finestrino aperto per creare ricircolo d’aria non era più sufficiente: la macchina era una stalla, e aprire di più avrebbe riempito di gelo il tepore interno.


Le cinque e trentaquattro di un’alba che si vedeva tra gli aceri solo perché l’altopiano in cui eravamo finiti puntava a levante: quel sole che cominciava a scaldare e ti faceva sentire ancora di più il freddo fottuto delle zone d’ombra.

- ...‘inchia che freddo… - Dome esordì dal limbo, anche lui uscito dalla stalla; come me si era sdraiato sulla passerella zigrinata di un rimorchio rosso abbandonato alla ruggine e carezzato per metà dalla luce. Che ne potevamo sapere noi che avremmo sofferto il gelo in pieno luglio? Noi che eravamo partiti in bermuda corte e t-shirt, che non ci eravamo nemmeno preoccupati della quota a cui saremmo arrivati, della benzina che ci sarebbe voluta, dei soldi da spendere; noi che siamo giovani…

L’acqua ghiacciata di una fontana poco distante fu l’unica cosa fredda che apprezzammo davvero in quel momento, sia perché ci tolse il sapore della notte dalla bocca, sia perché ci risvegliò definitivamente bagnandoci il viso.


Una volante dei carabinieri d’improvviso spuntò nel parchetto su cui, come noi, altri avventori del forte godevano un po’ di riposo a ridosso di alcune strutture in legno colorato sopra le quali, a quell’ora, i bambini ancora non giocavano: fermato il fuoristrada agghindato dalle sirene, due bastardi, chiaramente in trasferta dal sud, spuntarono fuori e diedero una degna prova di aver visto più e più volte capolavori come la trilogia di Rambo o Full Metal Jacket, con la differenza che le risaie del sud est asiatico per loro erano le pinete di Vinadio ed i Viet Cong erano magistralmente interpretati da noi quattro poveri stronzi, la cui unica aspirazione fino a quel momento era di sdraiarsi su qualcosa di diverso dalla ghiaia.

Da lontano cominciarono le urla militari:

- Sai leggere o non hai ancora imparato? Eh? Sono giochi per bambini, andatevene prima che vi facciamo a tutti la multa! -

Non era il caso di dialogare con il braccio testardo e sgrammaticato di un posto sperduto, come già stavano facendo altri che poco dopo si sarebbero ritrovati a dover esibire i documenti di riconoscimento: io non ero nelle condizioni di poterlo fare, non volevo farmi riconoscere, tanto più da un paio di stronzi provocatori.

- Dai dai restiamo qui e aspettiamoli che ci facciamo due risate... -

Dome era sempre stato pronto a cogliere le occasioni per ululare le proprie idee, o per ficcarsi nei guai che dir si voglia: era uno di quei figli di buona donna della periferia che invidiavo per la loro determinazione animale in tutto e per tutto. Aveva poco da perdere e una mente abbastanza meccanica per scegliere di rubare una macchina con la stessa calma con cui decidere cosa indossare al mattino. Se avesse applicato la sua natura in un qualsiasi altro campo credo che sarebbe diventato un leader; forse però, se avesse fatto qualcosa di diverso, non sarebbe stato forgiato così.

- Ma lascia stare soch, tanto quelli sono capaci di cagare il cazzo due ore giusto perché magari vengono da Afragola e li hanno piazzati in Piemonte a milletrecento metri... troppo ossigeno nel cervello… -

La risposta ilare lo distolse dall’intenzione bellicosa e l’unica cosa che restava da fare era svegliare gli altri per toglierci di mezzo e cercare altre mete.

- Cinque minuti raga, cazzo!-

David non sembrò prendere bene i tentativi gridati di smuovere il gruppo: il rasta, spalmato lungo tutto il sedile posteriore, era perfettamente sveglio, per quanto la sua espressione potesse dimostrarlo, e reclamava una colazione al paese sottostante dove la notte prima avevamo inquadrato un buon bar.


Ancora un quarto d’ora di silenzio contemplativo tra le auto parcheggiate e le frasche fruscianti, dopo di che David, sgranchendosi le gambe e poggiando i gomiti sul tettuccio del nostro mezzo, tenne fede al suo essere bohemien:

- Facciamo un giro in su per la montagna prima di fare colazione, voglio vedere se riusciamo a trovare i pozzi di acqua calda delle terme, magari ci buttiamo dentro -

- A quest’ora? Con sto freddo? Te sei scemo… -

Bruni e Dome, per niente convinti che la cosa avesse senso, capirono che l’unica era mettersi in macchina e sperare che anche all’artista, durante il suo strampalato giro turistico tra i monti, prima o poi venisse fame.

Il sopore mattutino, il vento sugli occhi e una canna a stomaco vuoto; guardare il paesaggio che scorreva in silenzio zittì anche noi, presi da un moto di pensieri, bilanci, domande sul futuro che ci ponevamo in un momento in cui riuscivamo a malapena a gestire il presente.

Pensare a questa età può essere paragonato alla forza centrifuga: spinge sempre più lontano dal fulcro e da l'impressione di essere rimasti indietro; il brutto é che il tempo non aspetta.

Continuiamo a realizzare un misto tra perdita di certezze e tentativi di cambiamento; sembra di buttarsi da una barca che affonda sperando di trovare una nave su cui salire; ma siamo in mare aperto, come possiamo essere certi che passi qualcuno da qui? È giusto aspettare o dobbiamo nuotare in qualche direzione? Le certezze poi sono ancora più rare della perfezione: quel che sembra può non essere e ciò che è può non sembrare tale. Se mi volto e guardo alle mie spalle stento a credere di aver fatto la strada che vedo: è tutto così diverso. Da lontano vedo un corridoio lungo e largo, dove ci si poteva passare anche in tanti, tutti assieme; invece, man mano che guardo più vicino, questo corridoio si dirama, la sua sezione rimpicciolisce e si suddivide sempre più. Dove sono io ora ci può giusto passare una persona per volta, per di più a testa bassa. Chissà se più in là il cunicolo si unirà con altre vie, lo spero. Non può essere altrimenti, tutto ciò deve portare a qualcosa: semmai pensassi seriamente che tutto ciò non cambierà preferirei morire soffocato e al buio della mia tubatura stretta.

Chissà poi se vicino o lontano qualcuno sta pensando le stesse cose, magari esprimendole in modo diverso, oppure tenendole per se. Chissà la mia anima gemella dov'é ora, cosa fa, a cosa pensa. Magari sta camminando in un corridoio a pochi metri da me e ci ritroveremo all'improvviso dietro ad un angolo; forse è lì alla fine dl cunicolo che mi aspetta, e quando arriverò da lei mi dirà “dio ce n'hai messo di tempo!”. Mi piace pensarlo. Il fatto che tutto ha una fine è una lama a doppio taglio, ma forse basta vedere ogni fine come un inizio.

Ma prima era meglio pensare alla colazione.


- Ma che cazzo succede? No dai cristo… -

I colpi che David inferì con il palmo della mano sul volante non ebbero naturalmente effetto sulla Panda che, dopo nemmeno cinque minuti di tragitto panoramico, decise di spegnersi lungo una curva che per poco non ci portò contro una parete rocciosa. Riuscimmo ad accostare in uno spiazzo tra le risate isteriche e una punta di preoccupazione.

- David, ma ce n’era benzina? – sbottò Bruno buttando la canna dal finestrino.

- Eh già.. ti pare che facevo i giri tra le montagne se ero a secco? -

Io confermai: una vita di paranoie per i minimi particolari ha di buono che quando sei su una macchina controlli sempre quanta benzina c’è, a maggior ragione se non è la tua.

Il tempo di scoprire che il motore restava muto anche girando più volte la chiave e la voglia di ridere ci passò definitivamente; d’istinto scesi dall’auto e aprii il cofano per dare uno sguardo, conscio di essere relativamente ignorante in materia di motori.

- Boh, non si vede niente di strano qui… bel casino… -

Un’occhiata al cellulare: le nove e cinquantadue e non una tacca di campo per chiamare qualcuno: bel modo di cominciare una Domenica.

- Raga gambe in spalla e scendiamo a piedi a chiedere una mano… ci sarà un cazzo di meccanico qui… -


Restammo fermi sul ciglio della strada ancora un attimo nella speranza che quel rottame non si fosse davvero fermato, o che fosse uno scherzo di David; ma, presa coscienza della realtà, capimmo che l’unica soluzione era incamminarci tutti verso il primo paese che avevamo incrociato poco più a valle.

Neanche il tempo di perdere di vista l’auto lasciata a bordo strada e un altro accendino stava scaldando altro fumo al tempo con la cadenza fischiettata da David. Tra gli alberi che, partendo dai due lati della carreggiata, coprivano quasi il cielo si sentiva l’odore della mattina; tutto era fresco e verde, la penombra ci accompagnava ed un leggero venticello percorreva il tunnel naturale sulla strada. Anche se tutti ci stavamo lamentando, chi per il sonno, chi per la fame e chi perché doveva ancora fumare, sono certo che eravamo tutti contenti di fare una passeggiata in un bosco di montagna, contenti che ci fosse stato un imprevisto che avrebbe ritardato sicuramente di qualche ora il ritorno alla normalità.

mercoledì 25 agosto 2010

#1 Rosso e Blu: Due mesi

Il bus che parte verso il centro viaggia sempre in orario dal capolinea. Quella sera ce n’erano ben tre alla fermata; gli autisti su un lato della banchina intenti a parlare, mangiare un panino, mentre controllavano con la coda dell’occhio che tutti, salendo sulla vettura, tirassero fuori il biglietto. Io tiravo sempre fuori il mio biglietto, quello valido 70 minuti dalla convalida; tiravo fuori sempre lo stesso, da due mesi. Un dieci partiva, dall’altro lato passava il cinquantadue e mi inquietava pensare che, ovunque io volessi andare, il punto di inizio e buona parte del percorso erano sempre gli stessi: una strada può portare a tante mete, a patto che si segua l’unica possibile.

Attorno era una scenografia impressionista: a destra il sole doveva ancora spegnersi del tutto e le montagne erano un cartoncino tagliato male e incollato lontano in controluce; a sinistra un gatto nero si era appena infilato tra i profili arrugginiti di un recinto; il parchetto al di là della strada era popolato da tanti nonni seduti alle panchine quanti bambini che correvano con l’argento vivo indosso. Tutto immerso nell’arancione e blu delle nove e trenta di sera estive, l’ora perfetta per fermarsi a guardare le sfumature che prendono le cose e il rallentare del movimento di tutto ciò che durante il giorno è stato frenetico. Avevo anche ripreso a spiare le persone che salivano alle fermate, ad ascoltare i loro discorsi, le telefonate e gli schizzi di chi ha lasciato l’integrità mentale qualche banchina prima. Si potrebbero scrivere trattati di psicologia solo viaggiando da un opposto all’altro della città su un tram: la gente chiusa in un abitacolo è come una cavia in una gabbietta da osservare curiosamente.

Decisi anch’io di infilarmi nella gabbia: gli altri mi aspettavano per partire di lì a poco e perdere l’ennesimo dieci per guardare un tramonto non mi sembrava la cosa migliore da fare.

Una volta a bordo, la curiosità per chi o cosa sarebbe salito mi spinse a sedermi in un posto rivolto verso il fondo della vettura; nel mentre presi atto del fatto che il grassottello autoferrotranviere aveva deciso di ammazzarmi a colpi di aria fredda visto che, compreso lui, eravamo in due sul mezzo e il condizionatore splittava vento gelido a pieno regime. Appena le sospensioni si misero a fischiare pensai che anche quella volta avrei potuto tranquillamente evitare di sprecare un biglietto; non tanto perché avessi bisogno assoluto di risparmiare un euro, quanto per la piccola e perversa eccitazione derivante dal pericolo di incontrare controllori che si propagava in me dalla schiena verso il collo, sempre più ad ogni fermata. Una piccola bella sensazione esaltata da una giornata noiosa.

Distrarmi un secondo in questo pensiero mi fece notare all’improvviso il meltin pot che nel giro di tre stop cominciava a popolare questi quindici metri di seggiolini e tubature gialle: non feci in tempo a godere della vista di una splendida pantera nera dagli enormi orecchini d’oro che tre favolose donnine partenopee dai vestiti floreali, armate di borsette, cominciarono a parlare di nipoti e cozze con il solito splendido tono spumeggiante circumvesuviano. Ascoltare l’accento delle tre grazie sedute qui davanti mi riempiva le narici dell’odore del giardino della villa dove troppi anni fa nonna Ines mi portava a giocare; il loro essere era così familiare da spingermi a cercare un contatto con loro:

- C’è troppa aria fredda! – azzardai a una delle tre che mi fissava benignamente,- Eh veramente, poi voi siete giovani, a noi ci fa male! - Non si poteva chiedere di meglio da una conversazione che non sarebbe dovuta nemmeno avvenire.

La linea su cui viaggiavo era una delle tante multietniche del posto: lo testimoniava la quantità di gente di colore che faceva la spola tra i quartieri dormitorio e i luoghi dove si svolge per lo più la vita lavorativa, di giorno per i venditori ambulanti, di sera per le puttane che affollavano il bus dirette ai marciapiedi. Non è razzismo, lungi da me, è semplicemente un dato di fatto: non tutta la gente di colore è venditrice ambulante o si prostituisce, ma sembrava che alle nove di sera tutti coloro che corrispondevano a questo identikit, anche fossero bianchi neri o grigi, prendessero il dieci.

Ancora una volta restai di pietra davanti ad una sinuosa black magic woman che, salita a bordo da sola, si posò proprio in piedi davanti a me, con i suoi jeans fascianti cavallo basso che coprivano delle infradito color sabbia ed un top bianco mono spalla scolpito insieme ad un turbinio di collane dorate. Io ero lì davanti, gambe a cavalcioni, e presi a scrivere appunti su di lei: guardavo i suoi fianchi, il suo viso, e li descrivevo; lei mi guardò e mi parse come se avesse capito che in quel momento era il soggetto del mio quaderno, anche perché avevo come voglia di fare di tutto perché se ne accorgesse. Trovavo eccitante poter scrivere davanti a lei che di tutto ciò che aveva addosso le avrei lasciato solo le collane e lo chignon fatto di trecce, ed accorgermi dei suoi occhi insolitamente chiari mi diede lo slancio verso mille pensieri erotici, troppi per essere descritti tutti nel mio tragitto che contava ancora un paio di fermate o poco più.

Credo che a volte avrei bisogno di un registratore vocale per imprimere tutto ciò che vedo in tempo reale, ma suppongo che i miei soggetti mi prenderebbero per scemo, se non anche a ceffoni. Era difficile scrivere anche camminando, una volta sceso dal bus, dopo aver salutato con lo sguardo quella che era stata la mia amante per qualche secondo. Ma se lo stavo facendo, se stavo continuando malgrado la calligrafia incerta ed il pericolo di cozzare contro un palo, era perché mi piaceva. Quella sera mi piaceva scrivere ciò che mi passava sotto gli occhi e per la mente: non avevo voglia di farmi i cazzi miei, forse perché distrarmi non mi lasciava tempo di pensare ad altro.

A dire il vero odio quelli come me che fissano gli sconosciuti, a meno che non siano belle ragazze che ti fanno convincere del fatto che, di tutti i problemi che puoi avere, si esclude quello di non essere presentabile: presentabile e basta, conoscere qualcuno e mantenere la buona impressione fatta al colpo d’occhio è altro. È altro farla durare a lungo, più di quattro chiacchiere: non mi è mai successo di conoscere qualcuno su un autobus, forse perché la fretta di comunicare qualcosa che mi renda interessante ai miei interlocutori mi spingerebbe a dire troppe stronzate perfettamente adiacenti al loro pensiero. Come con le donnine.

Forse è questo il mio problema.

Non quello di dire stronzate, ma di dirle per sorprendere la controparte. Quanto più osservo chi mi circonda, tanto più imparo a riconoscere le miriadi di sfumature che, ognuna a se stante, avvolgono la personalità di ognuno; ma, ogni volta che mi trovo a dialogare con qualcuno, mi accorgo che, per quanto mi sforzi di comunicare le mie idee nel modo più chiaro possibile, queste verranno recepite in modo alterato, come se tutti ci esprimessimo in una lingua diversa.

Studiando un po’ l’interlocutore a livello di personalità, l’esercizio di trasmissione genuina dei concetti si fa più semplice: tutto si risolve in un gioco di quasi imitazione del soggetto, di un immedesimarsi in chi mi ascolta. Trovo un po’ difficile spiegare quale sia la ricetta giusta per riuscire in questo intento: è come cercare di utilizzare il linguaggio che chi è di fronte a me userebbe per esprimere qualcosa se la pensasse come me. Il più delle volte l’effetto voluto è reso tangibile da una risposta colma di soddisfazione; altre volte ci si accorge di aver fatto centro dallo strascico di silenzio meditativo che lascia un’osservazione dosata nel modo giusto.

È tanto semplice capire la logica altrui e farla sembrare propria, assumerne i gusti, le opinioni, imitare i comportamenti: la gente si fida solo della propria verità, e quando la vede riflessa in altri vi si lega sentendosi più sicura.

Chi come me ci prende gusto nel fare di questa truffa morale uno sport non si ferma a studiare le fattezze altrui, ma percepisce anche ciò che al soggetto manca di se stesso: è come pensare di incontrare una persona con idee per lo più adiacenti alle proprie, che insegue la stessa meta, ma che ha apparentemente trovato un modo più adeguato del nostro per farlo; tutto questo non può non interessare, soprattutto se non si è perfettamente a posto con se stessi.

Certamente bisogna essere bravi per riuscire in questo trasformismo esteriore , e io lo sono.

Forse è questo il mio problema.

La verità è che questo modo di porsi verso l’esterno, se da un lato mi permette di avere un rapporto apparentemente più armonioso con l’esterno, d’altra parte mi spinge a fare di me stesso qualcosa di diverso in ogni ambito; come l’acqua plasmo la mia forma nei miei contenitori, pur non avendone una ben definita. E’ come se parlassi molti idiomi, senza averne uno mio.

A lungo andare il divertente mestiere dell’attore diventa un modo sempre più necessario di porsi verso ogni interlocutore per trarne il semplice vantaggio di essere preso in considerazione; non conta più chi sono davvero, anche perché è una questione che si finisce per tralasciare in favore della domanda “chi voglio essere oggi?”.

Suonai il campanello.