Aprii gli occhi.
Nel Pandino blu ammaccato di David faceva un freddo del cristo, anche se in quattro pian piano stavamo riuscendo a stabilire delle condizioni vivibili a colpi di fiato aromatizzato alla grappa di rose; chi più e chi meno cercava di dormire in posizioni derisibili dentro un abitacolo parcheggiato a 1300 metri sopra il livello del mare, davanti un castello sabaudo che la notte precedente ci aveva ospitato echeggiando di basse frequenze.
Io è Dè, incastrati sui sedili anteriori, condividevamo un plaid che, dall’odore, poteva essere appartenuto ad un san bernardo, mentre dietro il buon rasta Bruni e Dome, bastardi, russavano come dei dannati, comodi come feti in un grembo blu ammaccato.
Scesi; avevo le ossa rotte e lo spiraglio del finestrino aperto per creare ricircolo d’aria non era più sufficiente: la macchina era una stalla, e aprire di più avrebbe riempito di gelo il tepore interno.
Le cinque e trentaquattro di un’alba che si vedeva tra gli aceri solo perché l’altopiano in cui eravamo finiti puntava a levante: quel sole che cominciava a scaldare e ti faceva sentire ancora di più il freddo fottuto delle zone d’ombra.
- ...‘inchia che freddo… - Dome esordì dal limbo, anche lui uscito dalla stalla; come me si era sdraiato sulla passerella zigrinata di un rimorchio rosso abbandonato alla ruggine e carezzato per metà dalla luce. Che ne potevamo sapere noi che avremmo sofferto il gelo in pieno luglio? Noi che eravamo partiti in bermuda corte e t-shirt, che non ci eravamo nemmeno preoccupati della quota a cui saremmo arrivati, della benzina che ci sarebbe voluta, dei soldi da spendere; noi che siamo giovani…
L’acqua ghiacciata di una fontana poco distante fu l’unica cosa fredda che apprezzammo davvero in quel momento, sia perché ci tolse il sapore della notte dalla bocca, sia perché ci risvegliò definitivamente bagnandoci il viso.
Una volante dei carabinieri d’improvviso spuntò nel parchetto su cui, come noi, altri avventori del forte godevano un po’ di riposo a ridosso di alcune strutture in legno colorato sopra le quali, a quell’ora, i bambini ancora non giocavano: fermato il fuoristrada agghindato dalle sirene, due bastardi, chiaramente in trasferta dal sud, spuntarono fuori e diedero una degna prova di aver visto più e più volte capolavori come la trilogia di Rambo o Full Metal Jacket, con la differenza che le risaie del sud est asiatico per loro erano le pinete di Vinadio ed i Viet Cong erano magistralmente interpretati da noi quattro poveri stronzi, la cui unica aspirazione fino a quel momento era di sdraiarsi su qualcosa di diverso dalla ghiaia.
Da lontano cominciarono le urla militari:
- Sai leggere o non hai ancora imparato? Eh? Sono giochi per bambini, andatevene prima che vi facciamo a tutti la multa! -
Non era il caso di dialogare con il braccio testardo e sgrammaticato di un posto sperduto, come già stavano facendo altri che poco dopo si sarebbero ritrovati a dover esibire i documenti di riconoscimento: io non ero nelle condizioni di poterlo fare, non volevo farmi riconoscere, tanto più da un paio di stronzi provocatori.
- Dai dai restiamo qui e aspettiamoli che ci facciamo due risate... -
Dome era sempre stato pronto a cogliere le occasioni per ululare le proprie idee, o per ficcarsi nei guai che dir si voglia: era uno di quei figli di buona donna della periferia che invidiavo per la loro determinazione animale in tutto e per tutto. Aveva poco da perdere e una mente abbastanza meccanica per scegliere di rubare una macchina con la stessa calma con cui decidere cosa indossare al mattino. Se avesse applicato la sua natura in un qualsiasi altro campo credo che sarebbe diventato un leader; forse però, se avesse fatto qualcosa di diverso, non sarebbe stato forgiato così.
- Ma lascia stare soch, tanto quelli sono capaci di cagare il cazzo due ore giusto perché magari vengono da Afragola e li hanno piazzati in Piemonte a milletrecento metri... troppo ossigeno nel cervello… -
La risposta ilare lo distolse dall’intenzione bellicosa e l’unica cosa che restava da fare era svegliare gli altri per toglierci di mezzo e cercare altre mete.
- Cinque minuti raga, cazzo!-
David non sembrò prendere bene i tentativi gridati di smuovere il gruppo: il rasta, spalmato lungo tutto il sedile posteriore, era perfettamente sveglio, per quanto la sua espressione potesse dimostrarlo, e reclamava una colazione al paese sottostante dove la notte prima avevamo inquadrato un buon bar.
Ancora un quarto d’ora di silenzio contemplativo tra le auto parcheggiate e le frasche fruscianti, dopo di che David, sgranchendosi le gambe e poggiando i gomiti sul tettuccio del nostro mezzo, tenne fede al suo essere bohemien:
- Facciamo un giro in su per la montagna prima di fare colazione, voglio vedere se riusciamo a trovare i pozzi di acqua calda delle terme, magari ci buttiamo dentro -
- A quest’ora? Con sto freddo? Te sei scemo… -
Bruni e Dome, per niente convinti che la cosa avesse senso, capirono che l’unica era mettersi in macchina e sperare che anche all’artista, durante il suo strampalato giro turistico tra i monti, prima o poi venisse fame.
Il sopore mattutino, il vento sugli occhi e una canna a stomaco vuoto; guardare il paesaggio che scorreva in silenzio zittì anche noi, presi da un moto di pensieri, bilanci, domande sul futuro che ci ponevamo in un momento in cui riuscivamo a malapena a gestire il presente.
Pensare a questa età può essere paragonato alla forza centrifuga: spinge sempre più lontano dal fulcro e da l'impressione di essere rimasti indietro; il brutto é che il tempo non aspetta.
Continuiamo a realizzare un misto tra perdita di certezze e tentativi di cambiamento; sembra di buttarsi da una barca che affonda sperando di trovare una nave su cui salire; ma siamo in mare aperto, come possiamo essere certi che passi qualcuno da qui? È giusto aspettare o dobbiamo nuotare in qualche direzione? Le certezze poi sono ancora più rare della perfezione: quel che sembra può non essere e ciò che è può non sembrare tale. Se mi volto e guardo alle mie spalle stento a credere di aver fatto la strada che vedo: è tutto così diverso. Da lontano vedo un corridoio lungo e largo, dove ci si poteva passare anche in tanti, tutti assieme; invece, man mano che guardo più vicino, questo corridoio si dirama, la sua sezione rimpicciolisce e si suddivide sempre più. Dove sono io ora ci può giusto passare una persona per volta, per di più a testa bassa. Chissà se più in là il cunicolo si unirà con altre vie, lo spero. Non può essere altrimenti, tutto ciò deve portare a qualcosa: semmai pensassi seriamente che tutto ciò non cambierà preferirei morire soffocato e al buio della mia tubatura stretta.
Chissà poi se vicino o lontano qualcuno sta pensando le stesse cose, magari esprimendole in modo diverso, oppure tenendole per se. Chissà la mia anima gemella dov'é ora, cosa fa, a cosa pensa. Magari sta camminando in un corridoio a pochi metri da me e ci ritroveremo all'improvviso dietro ad un angolo; forse è lì alla fine dl cunicolo che mi aspetta, e quando arriverò da lei mi dirà “dio ce n'hai messo di tempo!”. Mi piace pensarlo. Il fatto che tutto ha una fine è una lama a doppio taglio, ma forse basta vedere ogni fine come un inizio.
Ma prima era meglio pensare alla colazione.
- Ma che cazzo succede? No dai cristo… -
I colpi che David inferì con il palmo della mano sul volante non ebbero naturalmente effetto sulla Panda che, dopo nemmeno cinque minuti di tragitto panoramico, decise di spegnersi lungo una curva che per poco non ci portò contro una parete rocciosa. Riuscimmo ad accostare in uno spiazzo tra le risate isteriche e una punta di preoccupazione.
- David, ma ce n’era benzina? – sbottò Bruno buttando la canna dal finestrino.
- Eh già.. ti pare che facevo i giri tra le montagne se ero a secco? -
Io confermai: una vita di paranoie per i minimi particolari ha di buono che quando sei su una macchina controlli sempre quanta benzina c’è, a maggior ragione se non è la tua.
Il tempo di scoprire che il motore restava muto anche girando più volte la chiave e la voglia di ridere ci passò definitivamente; d’istinto scesi dall’auto e aprii il cofano per dare uno sguardo, conscio di essere relativamente ignorante in materia di motori.
- Boh, non si vede niente di strano qui… bel casino… -
Un’occhiata al cellulare: le nove e cinquantadue e non una tacca di campo per chiamare qualcuno: bel modo di cominciare una Domenica.
- Raga gambe in spalla e scendiamo a piedi a chiedere una mano… ci sarà un cazzo di meccanico qui… -
Restammo fermi sul ciglio della strada ancora un attimo nella speranza che quel rottame non si fosse davvero fermato, o che fosse uno scherzo di David; ma, presa coscienza della realtà, capimmo che l’unica soluzione era incamminarci tutti verso il primo paese che avevamo incrociato poco più a valle.
Neanche il tempo di perdere di vista l’auto lasciata a bordo strada e un altro accendino stava scaldando altro fumo al tempo con la cadenza fischiettata da David. Tra gli alberi che, partendo dai due lati della carreggiata, coprivano quasi il cielo si sentiva l’odore della mattina; tutto era fresco e verde, la penombra ci accompagnava ed un leggero venticello percorreva il tunnel naturale sulla strada. Anche se tutti ci stavamo lamentando, chi per il sonno, chi per la fame e chi perché doveva ancora fumare, sono certo che eravamo tutti contenti di fare una passeggiata in un bosco di montagna, contenti che ci fosse stato un imprevisto che avrebbe ritardato sicuramente di qualche ora il ritorno alla normalità.